Perché il carcere dà così fastidio?

Perché il carcere dà così fastidio?

Don Adriano Santus e don Stefano Fontana raccontano la loro presenza fatta di piccoli gesti e attenzioni nella Casa Circondariale Nerio Fischione

“Meno male che qualcuno mi ascolta”. Più o meno è questa la frase che accoglie, da 32 anni, don Adriano Santus, il cappellano della Casa Circondariale Nerio Fischione (già Canton Mombello). Don Adriano Santus segue con don Stefano Fontana la pastorale penitenziaria della realtà di via Spalto San Marco, mentre la Casa di reclusione di Verziano è affidata alla cura spirituale di don Faustino Sandrini. Con loro entrano anche le suore (Mariste, Ancelle, Poverelle, religiose di Maria Bambina) e le consacrate laiche della Fraternità Tenda di Dio. Parliamo di una comunità che coinvolge anche i poliziotti, gli psicologi, gli infermieri, gli educatori, gli impiegati del Ministero, gli avvocati e i magistrati, i volontari… Questi ultimi sono una presenza preziosa che fa riferimento, in particolare, a tre associazioni strutturate: “Carcere e Territorio”, “Vol.Ca” e “Fiducia e Libertà Carcere”. La catechesi, i colloqui personali, le confessioni e la Messa domenicale: don Adriano si ritiene fortunato di aver vissuto questa esperienza a contatto con le persone (detenuti, famiglie e operatori). Lì, nelle 99 celle, ha incontrato le stesse domande che affliggono chi è fuori e ha cercato di offrire la risposta della speranza cristiana. “Non sei tu – spiega – che chiedi di parlare con loro, sono loro, che se vogliono, ti cercano. E se tu ci sei nel bisogno (e questo vuol dire anche semplicemente avvisare e tranquillizzare i parenti sulle condizioni di salute del carcerato), si ricordano e ti seguono. I piccoli gesti fanno la differenza. Quando sei costretto a vivere dentro, rivaluti tutto quello che all’esterno davi per scontato. Alcuni hanno fatto anche dei cammini importanti di riscoperta della fede. Cerco semplicemente di essere un prete che ascolta e porta con sé il Vangelo”. Il cappellano ha visto i miglioramenti nell’organizzazione, anche se il sovraffollamento è ancora di stretta attualità, basti pensare che nella Casa Circondariale dovrebbero rimanere solo i detenuti in attesa di giudizio, ma poi si fermano anche dopo la condanna. “Il carcere fa paura, perché non lo conosciamo. Molti hanno alle spalle delle storie drammatiche che hanno influenzato e influenzano il loro percorso. Dovremmo evitare di puntare sempre il dito, perché in alcune situazioni ci saremmo potuti trovare anche noi”. Valorizzare le misure alternative alla pena è fondamentale. “Se l’ozio è il padre dei vizi, dobbiamo offrire sempre di più degli spazi per insegnare un mestiere o approfondire gli studi”. Don Santus sottolinea anche alcune storture del sistema: “Perché una persona fino al 18° anno di età è seguita personalmente in un carcere minorile, mentre al compimento della maggiore età viene trasferito in una struttura dove rischia di imparare a fare il delinquente?”.

La relazione è fondamentale.Una decina di porte sono quelle che separano l’ingresso dalla sede della cappellania. Quando, due an

ni fa, don Stefano è entrato per la prima volta nella struttura di via Spalto San Marco, è rimasto colpito dalle porte senza maniglie, dall’ambiente chiuso dove c’è solo la luce artificiale e la pioggia non si vede. Dentro il carcere, come sottolinea don Stefano Fontana, ti giochi tutto sulla relazione: “Qui è tutto un incontro”. Nella pastorale penitenziaria si cerca di passare “da una giustizia retributiva” (la migliore risposta ad un crimine è una pena proporzionale al reato) a una “riparativa” (il reo rimedia alle conseguenze del suo gesto, in collaborazione con chi ha subito il danno) nell’ottica cristiana e dei dettami della Costituzione. “Il carcere – conclude don Stefano – dà fastidio perché fa vedere quello che è il mondo”.

Brescia

DI LUCIANO ZANARDIN

Rinascere, ritornare alla socialità, grazie ai volontari del Vol.Ca

Rinascere, ritornare alla socialità, grazie ai volontari del Vol.Ca

Aiutare i detenuti e i loro familiari è lo scopo di Volontariato Carcere (Vol.Ca), la realtà che opera sul territorio dal 1987

Un’occasione per rinascere: è questa la mission di Vol.Ca (Volontariato Carcere), il gruppo di volontariato dedito all’azione pastorale nelle carceri. Nata nel 1987 per volontà del Vescovo, nel 1995 diventa ufficialmente un’associazione dotata del proprio statuto. Nel 2019, con la riforma del Terzo Settore, diventa un’organizzazione di volontariato. Ad animare Vol.Ca, oltre alla stretta collaborazione con la struttura penitenziaria, gli educatori e le altre associazioni di settore, sono i valori cristiani del gruppo. “Siamo un’emanazione della Caritas diocesana – spiega Caterina Vianelli, presidente Vol.Ca –. Come dichiarato dall’articolo 2 del nostro statuto, operiamo in sintonia con la pastorale carceraria della Diocesi”. Aiutare i detenuti e i loro familiari è da sempre lo scopo di Vol.Ca. “I nostri volontari operano all’interno delle carceri bresciane, facendo colloqui, opere di ascolto e sostegno morale, organizzando il catechismo e la messa, occupandosi del magazzino del vestiario, collaborando con la Caritas nella gestione dello sportello del Segretariato Sociale in Carcere, che è nato nel 2015 con il Giubileo della Misericordia e, nella sezione femminile, impartendo un corso di cucito. Durante il lockdown il servizio è stato sospeso anche se, collaborando con gli educatori, siamo sempre intervenuti in caso di bisogno immediato – afferma Caterina Vianelli –. La nostra azione all’esterno è continuata: nella sede di via Pulusella, incontriamo i familiari dei detenuti”. Non solo: Vol.Ca ha a disposizione anche cinque appartamenti in Brescia, tre forniti “a titolo gratuito” dal Comune, gli altri due in affitto alla Congrega della Carità Apostolica. “L’housing sociale – continua – è un servizio fonda-mentale perché permette alla persona di reinserirsi nella società. Ciò che fa la differenza è il lavoro, perciò cerchiamo di collaborare con le varie cooperative, come quella di Bessimo, per riuscire ad assistere tutti al meglio. Inoltre, in queste strutture, permettiamo anche lo svolgimento di permessi-premio”. Sono circa 50, con un’età media di 65/70 anni, i volontari di Vol.Ca che si donano agli altri. “È un volontariato totalmente gratuito, ma spesso non facile. Durante l’anno, organizziamo degli incontri di formazione in collaborazione con l’associazione ‘Carcere e Territorio’: durante la pandemia, abbiamo optato però per una formazione totale alla persone – conclude la Vianelli –. Tra l’altro, alcuni ex detenuti diventano volontari. Molti di loro, infatti, rimangono colpiti dalla gratuità del servizio: dedicare loro del tempo, a costo zero, fa acquistare loro molta fiducia, fa pensare che valgono ancora”.

Intervista

DI ELISA GARATTI

Fine pena mai

Fine pena mai

“Fine pena mai” è il termine tecnico con il quale si definisce la condanna all’ergastolo. “Fine pena mai” è la condizione in cui vivono la maggior parte dei detenuti una volta saldato il conto con la giustizia. Escono ma si portano addosso lo stigma (l’impronta) del carcere. In molti casi, oltre ai legami familiari da ricostruire e rinsaldare, agli affetti e alle relazioni perduti, si ritrovano senza prospettive lavorative e, spesso, senza un tetto sotto il quale vivere. Gli errori che hanno commesso sono un fardello (fisico e psicologico) pesante da sopportare. È miope la società che non pensa di recuperare (rieducare) i detenuti. Non è solo una questione di diritti calpestati ma anche di tenuta della stessa polis. Inserirsi in una comunità significa non cadere facilmente nella rete della criminalità o non finire nel tunnel dell’indigenza. È ingiusta una società che viene meno al rispetto del mandato costituzionale sul ruolo educativo delle strutture di detenzione. È colpevole una società che non crea le condizioni per far sì che le persone possano riscattarsi e ripartire. È disumana una società che permette a sei persone di vivere in celle da due metri per due. Ci sono sul territorio cooperative e realtà aziendali capaci di offrire un’altra opportunità. Ci sono anche diverse parrocchie, penso a Santa Maria in Silva e a Fiumicello ma non solo, che hanno accolto detenuti per le misure alternative alla pena. In tanti, per fortuna, riescono a studiare, a formarsi e a imparare un nuovo lavoro. Molto si è fatto grazie alla professionalità e alla sensibilità di chi si prende cura, anche a livello professionale, di questi uomini e donne, ma molto si può ancora fare. Inizia il nostro viaggio mensile nelle strutture di detenzione bresciane (Nerio Fischione e Verziano). Cercheremo di dare voce ai detenuti, agli operatori (guardie, psicologi, educatori, cappellani…) e alle realtà di volontariato che operano dentro. L’immagine di copertina riprende il quadro di Van Gogh “La ronda dei carcerati” realizzato a fine Ottocento nel quale i prigionieri camminano in cerchio rassegnati, tutti con la testa china. Soltanto uno si gira verso di noi e ci guarda. Ci chiedeva e ci chiede una maggiore consapevolezza. Ci chiedeva e ci chiede di aiutarlo a riprendere in mano la sua vita.

L’EDITORIALE
DI LUCIANO ZANARDINI
ADDIO AD ALESSANDRO ZANIBONI, UNA VITA PER LA GIUSTIZIA

ADDIO AD ALESSANDRO ZANIBONI, UNA VITA PER LA GIUSTIZIA

La notizia non è stata un fulmine a cielo sereno, ma ha suscitato commozione e dolore a Palazzo di Giustizia. Ieri mattina è morto Alessandro Zaniboni, 57 anni, magistrato del tribunale di Sorveglianza di Brescia. Da anni lottava con una malattia che lo aveva lentamente segnato nel fisico, ma non nello spirito.

Appassionato di giustizia, amava il suo lavoro ed era molto stimato dai colleghi e dagli avvocati per equilibrio e competenza. Entrava nelle scuole per parlare agli studenti e spiegare che il carcere non era la soluzione di tutti i problemi, ma che la funzione rieducativa della pena è prevista dalla Costituzione. Un modo per avvicinare i giovani a un tema complesso.

Tifosissimo del Brescia, nei corridoi del tribunale ogni incrocio era l’occasione per parlare di calcio.

Andrea Cittadini

Ricordo dei detenuti della Casa di Reclusione di Verziano del

Dott. Alessandro Zaniboni, Magistrato di Sorveglianza del Tribunale di Brescia

I detenuti della Casa di Reclusione di Verziano desiderano porgere le più sentite condoglianze alla famiglia del dottor. Alessandro Zaniboni per la prematura perdita del loro caro.

Siamo riconoscenti per le attenzioni che egli ha da anni dimostrato verso di noi in modo particolare per il nostro percorso di riavvicinamento alle nostre famiglie favorito dalla promozione di percorsi riabilitativi e alternativi alla pena in vista di un nostro autentico cambiamento.

Siamo portati a pensare che la vita sia bella solo se vissuta senza sofferenze, ma non è così.

Ogni stagione ha la sua bellezza ed anche nell’inverno della morte ci si ricorda che in tutto c’è un ciclo. Non esiste una definizione di ciò che è vita e di ciò che è morte. È nella sua sofferenza signor Zaniboni che avrà sicuramente trovato la vita. Anche l’universo segue il proprio ciclo di nascita e di morte e questo lo rende immortale.

Buon viaggio Dott. Zaniboni e se riesce vegli anche su di noi

 

I detenuti di Verziano

I carcerati ci chiedono cose materiali ma ancor più di essere ascoltati

I carcerati ci chiedono cose materiali ma ancor più di essere ascoltati

Il vescovo Tremolada, soffermandosi sulla parola, è intervenuto all’incontro di formazione del Vol.Ca. Brescia

Il teatro della parrocchia di San Giovanni ha ospitato, lo scorso 4 giugno, l’incontro di formazione del Vol.Ca. Brescia, alla presenza del vescovo, della presidente dell’associazione, Caterina Vianelli, di numerosi volontari, dei cappellani che operano nelle carceri cittadine e delle Madrine dell’Opera Francescana. Tema dell’incontro, tenutosi nel tardo pomeriggio è stato “La parola di Dio in carcere e dal carcere”. “L’attuale situazione pandemica ci induce a pensare – ha spiegato Caterina Vianelli – che si vada verso la ripresa delle attività in presenza anche all’interno delle carceri; nel frattempo, sono proseguite tutte le nostre attività esterne, così come l’ospitalità presso gli appartamenti protetti dall’associazione” ha concluso, lasciando la parola al cappellano, don Adriano Santus, “Papa Francesco, rivolgendosi ai cappellani, ai religiosi e ai volontari del carcere, durante la sua udienza nel 2019, volle esortarci a essere “cercatori instancabili di ciò che è perduto, annunciatori della certezza che ciascuno è prezioso per Dio”. Questo dovrebbe essere l’intento di ogni volontario, ossia quello di servire le persone come se fossero immagine di Dio in terra. La parola di Dio, infatti, può cambiare l’animo e la vita di ogni persona e fornire grande supporto anche a chi si trova nella prova. I carcerati ci chiedono certamente cose materiali ma ancor più ascolto, comprensione e conforto”. A seguire, prima della lectio del Vescovo, una serie di testimonianze dei volontari che hanno sottolineato quanto l’esperienza che vivono, portando la Parola di Dio all’interno delle carceri, sia formativa e umanizzante. La riflessione di monsignor Tremolada si è sviluppata in tre momenti: il Vescovo ha spiegato il significato di tre parole simbolo quali rugiada, semente e luce: poi si è soffermato sulla parola Misericordia, per terminare con una prospettiva attuale. Quando il nostro cuore arido incontra la Parola di Dio, esso viene consolato così come accade quando il terreno secco viene a contatto con la pioggia e la rugiada; la Parola di Dio è la semente nella nostra vita e chi incontra Gesù viene conquistato dalla sua Parola ed essa porta frutto ed è luce del nostro cammino. La misericordia è la forma storica del mistero trinitario d’Amore; Dio è Misericordia e la Sua Parola è un lieto annuncio. La parola di Dio per tutti e ciò che i volontari vivono nelle carceri può diventare un dono per gli altri e contribuire a cambiare qualcosa nella società.

Brescia di Laura di Palma

PERSONE OLTRE IL MURO

PERSONE OLTRE IL MURO

È stato recentemente pubblicato dal CE.DO.C. un volume collettaneo dal titolo «Angelo Canori, testimonianze e scritti». Il testo è ovviamente un ricordo di Canori, ma non ha voluto essere, a mio avviso riuscendovi, soltanto commemorativo; la mancanza del signor Angelo, infatti, costituisce ancora oggi, a distanza di 30 mesi dalla sua scomparsa, un vuoto notevole per il volontariato penitenziario bresciano. Serviva quindi che il suo esempio fosse messo a disposizione di tutti coloro che si cimentano in questa non facile opera di attenzione verso il mondo dell’esecuzione penale, in modo da farlo diventare un insegnamento, e questo scritto ci riesce.

Sono consapevole del fatto che potrebbe apparire riduttivo ricordarne il solo impegno come volontario penitenziario, poiché Canori, è stato uomo della risposta ai bisogni umani, in molti degli aspetti in cui essi si manifestano; tuttavia per me, che ho avuto la fortuna di affiancarlo a lungo negli anni della sua presenza in Carcere e Territorio, questo è l’elemento che genera un ricordo e un apprezzamento indelebili. Egli scelse, con la propria esistenza, non con un pezzetto seppur importante, ma con l’interezza della sua esistenza, di sperimentare l’impatto della solidarietà fiduciosa a favore di un cambiamento radicale nelle altrui vite, comprendendo che tale offerta di solidarietà avrebbe dovuto e potuto passare solo attraverso la modifica dei determinismi soggettivi e oggettivi che governano le scelte, anche quelle sbagliate.

Canori ci ha insegnato che l’apporto del volontariato penitenziario, indipendentemente dalle appartenenze religiose, dalle coscienze etiche e dalle consapevolezze giuridiche che lo muovono, deve avere come perno e snodo del proprio intervento la valorizzazione della dignità di ogni persona, anche e soprattutto se si tratta di una persona condannata per aver commesso un reato.

«Il recupero dei detenuti è qualcosa a cui non si può rinunciare. Guai alla società che infligge una pena fine a se stessa» — era solito dire il compianto Presidente del VolCa. In questa prospettiva egli ha sempre promosso, pungolando chi doveva essere pungolato, l’idea di una comunità che deve sapersi fare carico della propria funzione attiva rifuggendo la tentazione, così facilmente riscontrabile, del chiamarsi fuori, schermandosi dietro l’indifferenza o, peggio, la diffidenza e il pregiudizio. Il volontariato che Canori ci ha insegnato non è e non sarà mai solo quello dei bisogni immediati delle persone, cui comunque va data una risposta, ma si erge su un’opera costante di sostegno e orientamento della persona per consentirle di reperire la capacità, presente in ciascuno di noi, di emanciparsi dalle proprie difficoltà per costruire il proprio domani, partendo da un coerente inventario delle risorse disponibili. Ovviamente è sempre stato pronto ad aumentare tali risorse, ma non ha mai rinunciato a far comprendere il senso di un atto d’aiuto, anche in termini di responsabilità, a chi ne era destinatario.

Parimenti ha sempre agito per far capire alla comunità, dai vertici amministrativi al semplice cittadino disorientato, il significato profondo di tale responsabilità. Il suo volontariato è così diventato una scelta di fede e di passione, come ricorda una degli autori, dimostrando la sua «saggezza, la volontà ferma, la capacità di decidere, l’intelligenza pratica, la severità misurata, la passione nel fare e il sano senso dell’umorismo» ma anche «la capacità di mettere in pratica soluzioni concrete, rapide, tempestive ed efficaci anche di fronte a situazioni umane e sociali particolarmente problematiche».

Un libro che consiglierei di leggere a chiunque voglia farsi un’idea dell’esecuzione penale vista da vicino, e soprattutto a chi abbia voglia di impegnarsi per renderla più umana, come ha fatto Angelo Canori.

Carlo Alberto Romano