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Scrive un volontario:

É il mio primo accompagnamento.

Un permesso di 4 ore, viaggio compreso. La terza uscita dopo 21 anni dentro, una minuscola scheggia di un fuori agognato. B. arriva quasi trafelato all’ingresso con un piccolo regalo per il nipotino sconosciuto e uno per la famiglia.
Dopo tre quarti d’ora di viaggio e di visto in caserma arriviamo. Entriamo nella piccola sala-cucina dove si stanno ultimando i preparativi per il pranzo, dopo i necessari saluti mi metto un po’ in disparte e osservo: baci e abbracci a tutti i presenti.
Due figli visti raramente, nipoti di cui non conosce il nome e l’anziana madre, l’unico contatto con il mondo di fuori, con il mondo del “prima”, l’unica persona che da sempre, un paio di volte al mese, fa visita a questo figlio rinchiuso. É lei che dirige i preparativi per il pranzo.
É un pranzo molto buono, sembra percorso da un sottile disagio per la presenza di questo padre, zio, suocero, figlio solitamente invisibile, forse un po’ dimenticato e che ora è lì a calamitare l’attenzione e un po’ di curiosità. Una presenza che forse spiazza.
Questa situazione mi ha fatto pensare a un acquario con un tempo un po’ sospeso, dove ognuno cerca di collocarsi, dove le parole sembrano giusto il riempitivo sonoro a un silenzio di contenuti, a un imbarazzo palpabile; come se ognuno cercasse di recitare la sua parte senza riuscire a capire cosa fare, cosa dire, come muoversi. Un tempo sospeso.

Durante il viaggio di ritorno mi ha raccontato che riesce a tirare avanti perché ha deciso di non voler conoscere nulla di quello che accade fuori, di quello che accade alle sorelle, ai figli, ai nipoti, alla sua prima moglie; così riesce ad avere la testa libera, senza pensieri su cui rimuginare e che lo potrebbero preoccupare. La sua vita mi ha fatto pensare a una doppia esclusione, una subita e una scelta.
L’unico legame con il fuori, contatto con il prima, è la sua mamma, questo mi ha suscitato una grande tenerezza, una sorta di sottile cordone che lo lega alla sua origine.

GB